www.ventialventi.it

venti

La prima cosa che prendo sono sicuramente le mie scarpe. Partirei da lì come se andassi ad un appuntamento. Per esempio le Dior blanc cassè. Un regalo, 39 e mezzo, paio unico, prendere o lasciare. Difficili da abbinare per via di quel bianco crema. Mi ricordano un matrimonio in cui vestii un abito di seta beige e ballai su un prato con una coppa di champagne in mano. I tacchi si sono rovinati proporzionalmente alla gioia di quel momento.

Poi punterei su alcuni abiti. Quello verde di taffettà, per esempio. Lo metto sempre con una giacca di pelle logora che sdrammatizza. Mi ricorda un freddo strano per essere a giugno. In basso a sinistra è stato macchiato di vodka tonic dal ragionier De Benedetti. Il ragazzo della lavanderia mi disse di bere meno o almeno quando non vesto taffetà.

Non posso fare a meno di No smoking di Sergio Caputo. Per quando sono triste.

Nemmeno lasciare al vecchio indirizzo tutto quello che Maini buttava nel cavedio: ossa di pollo, disegni che gli erano venuti male, giornali arrotolati e sigarette. Tante sigarette.

Gli ascensori parlanti.

Le notti ubriache: le risate di mezzanotte, la tachicardia delle tre e le lacrime delle cinque.

Lo champagne a rinfrescare nel bidet.

Tutto questo e molto altro lo ritroverete lì.

Io, invece, sono sempre dove mi avete lasciato, la casa grigia a cinque piani vicino a Zefirino, i tre ingressi per non destare sospetti, la stanza d’albergo di 35 metri quadrati. Ma su internet, insieme alle mie cose, me ne vado in un posto tutto mio. E di coloro che vorranno venirci con me. Anzi, come le signore di una volta, immaginate che io vi scriva a mano gli inviti.

L’indirizzo è www.ventialventi.it e spero che, dalla prossima settimana, sia operativo. Mi piacerebbe partire il primo di agosto. A settembre sarebbe stato troppo facile, è, infatti, il mese dei corsi che escono in edicola. Modellini di velieri, balli latino americani e monete antiche.

Poi ogni nuova avventura, secondo me, dovrebbe iniziare come una vacanza. E che ferie sono, se non cominciano in agosto?

 

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Di Tinder e di altre malattie infettive

bacio guan

Ho sempre nutrito una certa antipatia per i siti di incontri. Forse perché  simpatizzo per le agenzie matrimoniali, distrutte dal loro avvento. Avevo anche fatto i colloqui per Eliana Monti, ma mi dissero che non ero una figura abbastanza rassicurante. Poi penso che, per me, le conoscenze sul web siano inutili. Gli uomini che ho amato, più che social, sono dei sociopatici. Privi di cellulare, malgrado siano giovani o addirittura fieri di un Nokia 3310, sono allergici a Facebook, nel quale identificano il principio di ogni male. Maschi che, in casa, non hanno né una connessione internet, né un pc e nel raro caso siano dotati di uno smartphone, visitano wuoz app raramente. Quando vedo che l’ultimo accesso non è di un minuto fa, ma di ieri alle 15, mi prende un brivido alla schiena. Adoro saperli diversi da me e da coloro che dipendono da un fischiettìo, una notifica, un mi piace. Ma la mia amica mi ripete, almeno una volta al giorno, di iscrivermi su Meetic. “No, no, Meetic mai. Magari, Tinder”.E su questo ho già scritto. Ma abbiamo fatto dei in passi avanti da allora. Dopo che:

Maurizio, 38, occhiali da sole polarizzati e pettorali, “Uei, stai bene, bellezza?”Giovanni, 32, calvo e abbronzato, tutto palestra e spiaggia. Luca, 44, camicia bianca a barbetta, con una ex moglie che gli lascia messaggi di odio sul parabrezza. Davide, 28, tramonto sul mare, con lo yoga è riuscito a superare i problemi di alcol e droga. Marco, 46, brizzolato ed occhi neri, col corso di latino americano, ha cambiato la sua vita: “Dovresti farlo anche tu” mi suggerisce.

Tra le foto, vedo un ragazzo che conosco. Amico di amici, incontrato una volta in pizzeria. Mi era sembrato carino già quella sera. Ho pensato: che fortuna, a volte, questi siti d’incontri. Così ci parliamo, ci ricordiamo e ci incontriamo ed è un bel tempo insieme. Mi racconta, però, che da un po’ la salute lo ha abbandonato. “Quest’anno l’influenza è bruttissima. Ho preso entrambi i ceppi, malgrado il vaccino” lo rassicuro. Mi accompagna a casa in macchina e ci baciamo sulla guancia. Mentre salgo in via Venti penso che dovrei iscrivermi anche a Meetic e che la mia amica ha sempre ragione. Però, dopo qualche giorno, quel ragazzo mi chiama per dirmi che gli esami del sangue l’hanno trovato positivo alla mononucleosi. Messo giù il telefono, mi collego ad internet. LA MALATTIA DEL BACIO, la chiamano. Ricordi ed immagini, mi travolgono, come in uno stream of consciousness:

Serena, 15 anni, per non perdere la lezione di canto, anni fa si presentò con la mono. Io indossai, per le successive quattro ore, una mascherina. Il pianista, nell’aula accanto, pensò fosse una tecnica per liberare il diaframma.

Sms al mio medico: “Doc, con un bacio sulla guancia si può prendere la mono?”

Mia zia, pediatra: “Naturalmente. I bambini se la passano sempre e non mi pare siano esperti di  baci alla francese”.

La mia amica: “Se è così carino, potresti valutare se ne vale la pena. A volte la mono viene in forma leggera”.

Una mia collega:“La prima supplenza che ho fatto era la sostituzione di quella malattia lì. Il poveretto la superò dopo sei mesi e gli si ingrossò il fegato come un cocomero”.

Nei 60 giorni  successivi, quelli della possibile incubazione, soffro di forte paranoia. Ad ogni mal di gola, raffreddore o tosse giunge la certezza di salutare fegato, canto ed estate. Ora so di non averla presa, ma quanto dovrò aspettare per rincontrare il ragazzo in questione? Dicono che nella saliva, la mono possa resistere anche sei mesi. Maledetti siano i siti d’incontro.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Anche tra stelle, ci si può innamorare.

13621804_10154140402801690_1781415704_o

La sera del 7 luglio non bisogna andare al cinema, né seguire le partite. Inutile aspettare un amante che sta per tornare, non si paleserà. Non è il momento giusto per ubriacarsi in una discoteca e nemmeno quello per chiudersi a casa, in compagnia di un buon libro. La sera del 7 luglio bisogna scappare dalle luci della città e guardare in alto. Se siete fortunati e ci sono le condizioni climatiche giuste, vedrete subito Vega e Altair, il re e la regina della notte del Tanabata. Due stelle: una è azzurrina e ricorda il mio diamante chiuso nel cassetto, l’altra ha una luce più gialla e maschile, come un sole di notte. In  mezzo a loro, la via Lattea. Gli orientali, in questi due corpi celesti, hanno visto due amanti separati nel cielo. D’altronde l’amore, a volte, separa anche sulla terra. Nella tradizione, Tentei era un imperatore che aveva una figlia di nome Orihime. La principessa era una sorta di personal shopper upper class. Passava infatti le giornate a scegliere, cucire e preparare gli abiti per gli dei. Immaginatevi che stoffe lucide e tagli preziosi. Era molto efficiente, ma sempre sola e non pensava mai a se stessa. Tentei, che le voleva bene ed era orgoglioso, pensò allora di donarle un marito. Un regalo sicuro, direi. L’imperatore si rivolse ad Hikoboschi, un mandriano che faceva pascolare i buoi attraverso la via Lattea e che poteva essere il suo tipo perché anche lui un gran lavoratore. Per i due, infatti, fu un colpo di fulmine. La notte volava via tra una poesia, una carezza ed un bacio. D’altronde deve essere bellissimo far l’amore tra le stelle. Ma la coppia non riusciva più a combinare niente. Gli dei portavano vestiti malconci ed apparivano trasandati e i tanti buoi, scappati dalla mandria, vagavano nel cielo senza guida. Alcune bestie, erano così confuse che arrivarono nel palazzo dell’imperatore e lo misero a soqquadro. Questo scatenò la rabbia di Tentei che decise di punire i due sposi separandoli proprio con la Via Lattea. Gli innamorati si trovarono ad un milione di stelle di distanza. Così per tutte le notti, tranne il 7 di luglio, in cui la luna è uno spicchio e Orihime la usa come una barchetta per farsi traghettare dall’altra parte della Galassia. In questo modo, la ragazza raggiunge il suo amato Hikoboschi e lo ama fino all’ 8 mattina. In Cina, il 7 di luglio tutti possono esprimere un desiderio, perché anche se irrealizzabile, come l’amore di quei due, in quella notte la via Lattea diventa un romantico fiume da attraversare alla luce della luna. Basta scrivere la preghiera su un foglio di carta di riso e attaccarla al bambù. Rosa l’amore, giallo i soldi, rosso per la passione.

Il mio Tanzaku, come un fiore, spunta già tra i rami.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Film d’amore ed Europei

image

Chi fa i palinsesti TV pensa che noi donne non guardiamo le partite e che invece adoriamo i film d’amore. Ed infatti, da venti giorni, in coincidenza con gli Europei di calcio, è tutto un fiorire di C’è posta per te, La verità è che non gli piaci abbastanza, Notting Hill…e via di donne innamorate, non ricambiate, rifiutate, che si infatuano dei migliori amici, degli sconosciuti, che non si legano più o vogliono farlo per sempre. Insomma, il sesso femminile, a cui sembrano destinati questi film, sembrerebbe fregarsene del calcio. Ma non è così. È sabato sera: c’è Italia Germania e tre ragazze, per giunta cantanti, si trovano con la partita davanti e il mare dietro. Forse per caso. Forse perché, se una vedesse tutti quei film d’amore, come minimo si suiciderebbe. O piangerebbe tutte le sue lacrime. O comunque non si fidanzerebbe più. Dunque, guardiamola questa partita. Quella più maschio delle tre tifa decisamente Italia. L’altra non si sa, non è importante. Io simpatizzo addirittura Germania che, negli ultimi dieci anni, ho trascorso a Berlino tutte le mie vacanze. Poi quest’anno non mi son affezionata della Nazionale. Forse perché da sola non vien voglia neanche di vedere le partite. Tanto che, durante Italia Spagna, son andata dal cinese a farmi la piega sperando che fosse tifoso. Non capivo molto di quello che mi diceva, ma ho messo l’iPhone davanti a tutti e due e ce la siamo guardati in streaming. A vittoria avvenuta, mi ha chiesto, come nulla fosse :” Piega lissia?”. Ma tornando ad Italia Germania, sul nostro tavolino ci sono due gin tonic e una birra. Quella che della partita non gliene può fregare meno, comincia a cantare una canzone di Milly: Nata a Novi! Mi spiegano che questa signora, di cui non conoscevo l’esistenza, fu l’amante di Umberto II di Savoia. “Quanto è importante avere l’amante giusto” mi dicono. Tutto questo mentre impazzano improperi contro le mamme dei calciatori tedeschi. Nessuno si accorge di noi, come fossimo tre fantasmi. Ma bisogna vederla insieme la partita. Come col cinese. Pian piano si crea una strana alchimia tra le uniche donne davanti a quel piccolo schermo e tutti quegli uomini. Le loro fidanzate chiacchierano, lontane tra i passeggini, delle ferie che stanno arrivando. Poi il recupero e i supplementari. Fino a quando non arrivano i rigori. A quel punto siamo tutti uguali. Come drogati. Anche quella che cantava Milly. Anche le femmine che sostengono che le Baleari da qualche anno son la meta ideale per le famiglie. Anche io che pensavo di stare con Joachim Löw. Anche la gestrice del bar che è sdraiata su un lettino perché in piedi dalle sette. Anche il cinese che chissà a chi sta facendo una piega liscia. Tutti lo sbagliamo quel rigore. E quando perdiamo, vorremmo guardarci uno di quei film d’amore che trasmettevano sulle altre reti. Questa volta anche da soli.

Inviato da Yahoo Mail per iPhone

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Il Maini poeta

roberto

Mi ero beccata il morbillo quell’estate. Mi avevano detto che sarebbe stata una serata facile e pagata bene. Quindi doveva esserci qualcosa che non andava. Infatti il cantante che doveva occuparsi dell’animazione non aveva una bella faccia. E malgrado la febbre, i sudori freddi e gli occhi lucidissimi continuava ad utilizzare il mio microfono. Dopo un mese, l’11 agosto, come una tassa inesorabile, giunse la malattia. Via Venti Settembre 20 era deserta a parte me, le mie macchie, la guardia giurata Roberta e lui. Roberto Maini. Di persona l’ho conosciuto così. Prima, per me, quello strano pittore spiccava solo nei meravigliosi racconti di certi intellettuali genovesi. In gioventù, si narrava, che facesse parte di un trio composto da Aldo Padovano, ancora oggi un’istituzione per la città, e Mastroianni, un signore bello ed elegante che chiamavano così per la somiglianza all’attore. Insieme prendevano caffè da Mangini. Parlavano. Inventavano. Facevano poesia. Pare che una volta avessero attraversato con una macchina d’epoca Via XXV Aprile, ma nessuno sapesse guidare. Alcuni anni dopo, io e Roberto ci trovammo a condividere un cavedio troppo piccolo, uno di fronte all’altro, dirimpettai, come nel duello finale di un western. Si metteva alla finestra, della quale intravedevo la tapparella abbassata quasi completamente e dalla quale usciva la sua voce. Non quella metallica che faceva risuonare per la città, ma dolce, sussurrata, una cantilena di parole che uscivano tanto musicali, quanto terribili. Insulti, profondi, irrazionali, ma azzeccatissimi. “Ti metti la crema, ti togli la crema. E poi te la rimetti ancora” diceva, ritraendomi perfettamente. Era questo Roberto. Ti guardava dentro. Anche se la sua tapparella era tirata giù. Anche se non ti aveva ancora mai incontrato. E poi faceva la sintesi. La prima volta che viaggiammo in ascensore insieme, ero con un’amica con cui avevo fatto serata. Ci disse che eravamo stanche e che per noi ci voleva la pietra di luna, due cucchiai, tutte le mattine. Da lì in poi avanguardia pura. Ogni volta che andavo al quinto o scendevo a terra mi guardavo attorno come ad aspettarlo. Non avevo paura di rimanere in quel piccolo spazio con lui perché, come mi spiegò Sirianni una sera, l’aggressività verbale è raramente anche fisica. Meglio dei criminologi, Federico Sirianni. Se salivo dopo di lui, l’odore di tabacco, polvere e ruggine che stanziava nell’abitacolo ad ogni suo passaggio, mi rimaneva addosso per ore. Ma era proprio nei luoghi chiusi che le sue frasi prendevano vita: lì rimbombavano, rimbalzavano, rotolavano. Alcune mi son state raccontate, altre le ho trovate sulle vostre bacheche in questi giorni, certe me le ha gridate contro. Ma se si ascolta bene, quelle parole circolano ancora grazie alla sua voce unica ed indimenticabile. Tra i caffè eleganti di Galleria Mazzini, sempre uguale a se stessa. Nella stazione Principe, anche se nuova di zecca. Nei miei tre ascensori, che quando li chiami non arrivano mai. E suonano così forti ed esatte che qualche sorso va certamente di traverso, qualcuno il treno lo perde e sicuramente qualche ascensore si ferma.

“Il panama e gli inglesi”

E questi svizzeri con i loro treni dai tetti di carte di credito dove vogliono andare?”

“Londra, Parigi, Bolzaneto: ho girato il mondo!”

“E l’ aquila vide che nacquero moooolte gaaaaliiiine”

“Bastano poche parole per rendere felice un uomo: mani in alto! Questa è una rapina!”

“Son le 17,50, le 17.51, 17.52, le 17.53 e in paradiso non ti passa più” 

 ”Se scoppia la bomba il mondo non sarà più spermatico!”

“Quel bastardo che ha inventato il bidet”

“Avete i buchi di culo come lavatrici”

“Capitalista di merda, gliel’hai comprata la pelliccia a tua moglie?”

” Ciao, ciao belina artistica!”

Un mio amico attore, in dizione perfetta, gli chiese: “Roberto come fai ad avere quella voce così profonda? Un segreto che mi servirebbe per recitare.” E lui rispose: “Perché ho mangiato una merda.” 

Pubblicato in I personaggi di venti al venti | Commenti disabilitati

Poeti maledetti o maledetti poeti?

io e bono

Il ventiduesimo Festival della poesia di Genova, con mio grande rammarico, si è appena concluso. Per me è stato:

Poetry slam con gli orsi che leccano via la tristezza di Filippo Balestra e i giovani poeti che bevono birra nel meriggio del cortile del Ducale

Gli amorazzi di Max Manfredi e le giacche, poesia pura, del direttore artistico Claudio Pozzani

Alda Merini che, attraverso la voce di Alessio Boni, mi racconta di amori infelici che sembrano i miei. Che se già era la mia poetessa preferita prima, dopo avermi fatto conoscere quel gran bono del Boni, non posso che ringraziarla per sempre.

A chi mi chiede
quanti amori
ho avuto, io rispondo
di guardare nei boschi
per vedere in quante
tagliole è rimasto
il mio pelo.

A. Merini

Sembra di sentire il mio Piero Ciampi che canta Tu no, tu no, tu no…ma no, tu no, tu no, tu sei Bobo Rondelli!

Mi son persa la gita al Vittoriale di D’Annunzio ieri, ma partenza alle otto e mezza di domenica mattina… manco per i poeti!

10 giorni così, portano persino la Minavagante, su una spiaggia libera attrezzata, a comporre..

Spiaggia di giugno

Chi si cambia impacciato col metodo dell’asciugamano, che è il più vecchio del mondo, ma è un attimo che ti cada di mano

Chi, invece, tra topless, perizoma e tribale sopra al sedere, sarebbe meglio, se qualcosa, non ce lo facesse vedere

Quelli che bevono la Ceres alle 13, sotto il sole, che non ho mai capito come fa a reggergli il cuore

Quelle che costume, copricostume ed infradito devon essere tutti uguali, un rito! e quelle che, ci vengon in reggiseno, malgrado quello dentro, non sia neanche bello pieno 

Quelle che il culetto, sulla pedana tutto l’inverno, l’han reso perfetto. Ma anche quelle che, pur se magre, son piene di cellulite e raccontano alla vicina “Sa, è colpa della gastrite”

Le russe che si vede son lì per rimorchiare e le italiane, che si vede meno, ma comunque vanno in spiaggia per beccare

I palestrati che, se il risultato è questo, era meglio se si mangiassero, di lasagne, strati 

E quelli che si fan i selfie, Dio mio, che per fortuna non ce li ho tra gli amici di facebook, io! 

E tutti, con quegli strani occhiali polarizzati, mi fan sentire come se ad un film dei Vanzina, fossimo destinati 

Nessuno, a giugno, viene in spiaggia per il mare, poveretto. E infatti appare vuoto, solo e anche un poco freddo. 

M.V

Pubblicato in Genova | Lascia un commento

Il nutrizionista Bobby Soul

IMG_0525

Lui gira quasi sempre solo, a piedi e di notte. Quando lo incontri sembra che si sia materializzato in quel momento, non sai da dove venga, nè dove stia andando. Ma appena ti vede è capace di darti tutto quello che ha. Non è uno che si risparmia, il Ragioniere: una deformazione professionale, anche mentre canta fa così. Dopo poco, seduti al tavolino di un bar a separarci è solo un Vodkatini: io non lo ordino causa dieta del Dott. Morte. “Al massimo mi prendo una birretta dopo” gli dico per scusarmi. Penso che sia finita lì, invece sta solo iniziando: “Sbagliatissimo” mi rimprovera con piglio sicuro “la vodka non fa ingrassare. Certo, dipende dalle distillazioni e dal grado di purezza, ma sai che le modelle non bevono altro?” Nella mia testa si materializzano Naomi Campbell, Nancy Crawford, Claudia Schiffer, Twiggy, Kate Moss, Eva Herzigova,Heidi Klum e Giselle Bundchen che circondano il Rag. Debenedetti, il Maschio Alfa. Poi torno alla realtà e al suo consiglio: un nutrizionista non sarebbe stato così esaustivo, infatti, dato che le cose non me le faccio dire due volte, dopo pochi secondi ci uniscono due Vodkatini. “Inoltre di gran classe, elegante, ti si addice, niente a che vedere con quel piscio giallo.” Come dargli torto? Mi chiede cosa mangio. Insalata, bresaola, carni bianche. Io cerco di riportare la conversazione sul mio argomento preferito: gli uomini. “Sei sempre triste per qualche maschio tu..è interessante solo il tuo alternare Hitler a Che Guevara. Per te conta la fede, non da quale parte stia.” Quanto è vero. Non ha voglia di sentire le mie storie, i miei sbagli. “Non so se è  più  noioso quello che dici o quello che mangi, per fortuna che sei bella, una gran figa, forse troppo. Il mondo è deforme.” I suoi complimenti passano in un secondo dalla pornografia alla poesia. Lo ho molto amato, un tempo, per questo.

Iniziano finalmente gli aneddoti e, catapultata nel suo mondo, mi trovo al Luna park, nel punto più alto di un calcio in culo.

Mi racconta di quando era stato chiamato alla Ruta di Camogli, su una barca a vela, per insegnare a Bocelli l’inglese. Me lo vedo Andrea, cieco ed abbronzato, ad ascoltar attentamente i consigli del ragioniere che poi riutilizzerà, chissà quante volte, ai concerti di Natale a Central Park.

Non so come, passiamo a certe tribù  indigene che, dice, sono in grado di dormire in piedi. Forse mi vuole dimostrare che il sonno non esiste o forse che è importantissimo. Quello che mi sembra chiaro è che non sa nemmeno lui cosa stia dicendo.

Infine, la descrizione di un suo amico, a quanto pare molto curioso. “Com’è?” gli chiedo. Ed ecco che, come uno sparo, giunge la frase, “Un adoratore del Big Bamboo” dice. Il suo rapporto col corpo è di radice romagnola, proviene dalla parte di sua madre. Adora le tette delle donne, le ha anche sull’accendino. Meglio se grandi, ma van bene anche piccole, dice sempre. Ed eccoci al Big Bamboo, l’equivalente maschile dei seni femminili. Parole belle ed efficaci. Disegni nell’aria. Anche io sono bravina con le frasi d’effetto, ma i miei son titoli da quotidiano locale, le sue suonano come verità.

L’adoratore del Big Bamboo è il collante tra le tribù azteche che dormono come Dracula nella bara e Bocelli che canta (Sittin’ on) The Dock of the Bay mentre lui batte le mani, gridando: “L’inglese è solo una fottuta questione di ritmo

Possiamo chiudere la serata al karaoke e, quando arrivano le noccioline, termina con un: “Sono un antiossidante naturale, diglielo al Dott. Morte e mangiane più che puoi”

Spazzolo la ciotolina. Noccioline: 580 kcal per 100 grammi. Peggio del pane e dei biscotti. Domenica mattina mi trascino sulla bilancia che segna, crudele, un kg in più.

Il nutrizionista Bobby Soul

Pubblicato in I personaggi di venti al venti | Lascia un commento

Facce da scrittori

facce 1

La domenica io vado in Feltrinelli. Nei giorni di festa, anche, mi potete trovare in Feltrinelli. Appena fa brutto e son sola, ultimamente tutti i fine settimana, mi reco in Feltrinelli. Ma non per i libri, quelli li compro Remainders o, tuttalpiù, usati al Libraccio. M’incammino verso via Ceccardi per il bar situato al piano terra del bellissimo e labirintico palazzo-libreria. L’avrete visto di sicuro, ma avete mai provato a sedervi ed ordinare qualcosa? Il caffè è di qualità, il luogo interno e profondo, mai affollato e certamente di nicchia. Ai tavolini potrete trovare:

insegnanti che correggono i compiti

amici sempre in due, a volte uomo e donna, a volte donna donna, raramente uomo uomo, che si raccontano le loro storie d’amore un po’ balorde

uomini soli, che scrivono sul tablet chissà che cosa

qualcuno che impara il francese ascoltando mp3

chi mangia ignaro un’insalata

coinquilini che discutono per le bollette

e poi ci sono quasi sempre io: a volte al tavolino, a volte allo sgabello.

Star lì è un po’ come essere al cafè le Dome di Montparnasse a Parigi agli inizi del secolo. Da un momento all’altro mi aspetto che arrivino Hemingway, Modigliani e Picasso a bersi un Pernod. Poi, come per magia,  guardo in alto e sono circondata davvero da scrittori. Io ho riconosciuto Gianrico Carofiglio per la serietà, Carlo Lucarelli dal blu che lo circonda, Oriana Fallaci per la forza dello sguardo, Fernanda Pivano nella profondità e leggerezza insieme, Umberto Eco per l’ironia evidente, Niccolò Ammaniti perchè si vede, Margaret Mazzantini che è bella e infatti ha beccato Castellitto, Italo Calvino me lo hanno detto, ma è il mio preferito perchè sorride, Gabriele D’Annunzio dall’eleganza…Ma anche Virginia Woolf che non so se è più bella o più malinconica e Lev Tolstoj per la barba lunga….Tutti questi personaggi, ritratti in fotografie, ti guardano e sembrano giocare con la loro identità, chiedendoti chi sono. Ne individuo pochi con certezza, ma in mezzo a quelle foto mi sento rassicurata come a casa. Come tra le mie scatole di scarpe. Come non fossi sola. Lì posso immaginare e desiderare qualsiasi cosa, tanto Marilyn Monroe mi protegge dall’alto… E davanti a me chi sorride? Evita Peron? Gwen Stefani? E accanto a lei, quella con quello strano cappello chi è? Amelie Nothomb, mi suggeriscono. Dalla prima volta che ho visto tutte quelle foto, faccio un gioco. Come il principe azzurro cerca quella che calzi la scarpetta, io cerco chi è in grado di individuare tutte quelle facce. E anche se non corrisponderà a verità, potrà anche bluffare, se è capace.

La Minavagante proclama dunque, a tutto il regno di Venti Settembre, che chi riconoscerà le foto, avrà diritto a ciò che le batte nel petto. Accorrette, dunque, e partecipate al gioco: un cuore trafitto e riappiccicato, ma certamente campione olimpionico d’amore, può sempre servire.

facce 2facce 3facce 4facce 5facce 6facce 7

Pubblicato in Genova | Lascia un commento

Le rose di Santa Rita 2

rose 2

1 euro e 50 centesimi, bianca e benedetta, venduta da Giuseppe, che stamane si è alzato alle quattro e quaranta e ha ricevuto le rose dal camioncino alle cinque e dieci, in piazza Manin. Altare di Santa Rita, Chiesa della Consolazione, Genova.

Santa Rita fai che le mani mi tremino di meno, ogni giorno le sento peggiorare, come se volessero scapparmi dalle braccia. Non riesco neanche più a prendere il caffè senza quella incapace di Pedra, la mia badante, che non sa fare proprio niente. E se non fosse per mia figlia Giulia, l’avrei già licenziata.

1 euro, rossa, non benedetta, venduta da Maomed che le rose le ha ricevute ieri notte, le ha tenute nel camion e ci ha dormito in mezzo. Altare di Santa Rita, Chiesa della Consolazione, Genova.

Santa Rita se fai tornare Giovanni ti giuro che mi comporto bene. Non mangio più la torta al cioccolato, che poi un’ora di gambe e glutei non basta per buttarla giù. Non vado più a dormire dopo le dieci e mezza, per vedere la replica di Uomini e donne, se il giorno dopo ho scuola. Non dico più che la mamma è una stronza, quando mi sgrida perché non le piace come parlo. Non fumo più una sigaretta, che questo Santa Rita mi raccomando, non lo sa proprio nessuno tranne te e la Dani. Non scrivo più al Luca su wuozap che tanto, comunque, non mi caga. Studio anche inglese e mi faccio interrogare, se fai tornare il mio amore. Che alla fine, al Luca, ho solo dato un bacio. Ed era pure a stampo.

50 centesimi, rosa, non benedetta, comprata da Assef. L’egiziano le ha ricevute due giorni fa, appena fuori Genova, per questo sembrano già un po’ appassite. Comodino, secondo cassetto di casa, Quezzi alta, Genova.

Mi ha raccontato la zia Caterina, che è così che si fa. La faccio seccare in un foglio del Secolo, appendendola a testa in giù. Poi la metto in un sacchettino di quelli che ti danno coi vestiti per i bottoni. A quel punto la infilo nel comò e così lei mi protegge. La Santa, non la rosa. Ne ho tanto bisogno che quest’anno ho visto più medici che raggi di sole. Son tutti uguali quelli lì, parlano poco e son sempre pessimisti, come se fossero Dio, ma più cattivi. Non si rendono conto che stanno trattando con delle persone e neanche più tanto giovani, come nel caso mio. Ma ora ho la rosa e sarà lei a farmi stare meglio, mica quel branco di imbroglioni che non capiscono niente e l’unica cosa che sanno sono i paroloni che hanno in bocca.

2 euro, blu, venduta da Edoardo, il fiorista di Albaro. Gli è stata portata insieme alle altre, stamane alle sei, in negozio, come tutte le mattine. Materasso di casa, Corso Italia, Genova.

Santa Rita sta andando bene, malgrado la crisi. Mi chiamano sempre di più per suonare all’estero. Sembrerebbe che il mio tocco renda Chopin più Chopin, ha detto il Sarfatti, uno dei più grandi e temuti critici del momento. Ma devo starci sempre attento a quella tendinite. Dunque, come diceva maman, una rosa per santa Rita sotto il materasso e passa tutto, bambino mio. Quanto mi manca mamma. Lei che per prima mi ha fatto sentire il larghetto in sib minore. Lei che mi faceva stare sul piano, malgrado avessi suonato tutto il pomeriggio e si vedeva dalla faccia che non ne poteva più. Mi ha insegnato a resistere. Perché è fatta di quello la vita, resistenza. E mi hai insegnato ad amare i notturni. Mi diceva sempre che ero nato alle due e che quella luna era stata la più bella della sua vita.

Il 25 maggio si festeggia Santa Rita e i fedeli di tutto il mondo la omaggiano con delle rose. Alla Santa piaceva questo fiore, perché la sua bellezza resiste alle spine che lo circondano. Allora un giorno di gennaio, malata, nella sua cella monastica di Cascia, chiese ad una cugina di portarle da Roccaporena una rosa della sua terra. Naturalmente, malgrado il freddo, questa fiorì ed avvenne il miracolo.

Pubblicato in Genova | Lascia un commento

Colite chic

liza

Arriva con una cofana in testa che nemmeno Amy Winehouse ai tempi migliori, un vestito senza spalline, coperto da una giacca di pelle e Converse nere. Neanche il tempo di entrare in macchina e dice “Che cos’è sto profumo nauseabondo?” Naturalmente si riferisce al mio Insolence che, già dal nome effettivamente, non ha tutti i torti, “Alla violetta,” dico, “ma ne ho messo poco poco.”Solo allora mi guarda, come se prima non mi avesse neanche visto, e, nello stesso momento, esprime questi concetti: che bello il tuo vestito, dove l’hai comprato, quanto l’hai pagato, ma è un po’ da troione, soprattutto con quelle scarpe lì. A quel punto inizia il monologo, che dura tutta la sopraelevata e che chiamerei:

Colite chic

“Sai cos’è?che devo mangiare solo carboidrati, perché tutto il resto che mangio, ecco che fine fa, come fosse acqua e passo tutto il giorno al gabinetto. Ma se vado avanti a pastasciutta, poi chi lo dice al mio di dietro? Ecco, faccio cosi’, mi mangio un bel panino stasera, risolvo la colite e poi vado dalla nutrizionista. “Ma il riso?” chiede Giorgia. Il riso no, in quello c’è l’amido che è tutti zuccheri e poi ti manda la glicemia alle stelle. Solo quella, può risolvere il problema. “Quale?” chiede Giorgia la nutrizionista o la pastasciutta?” Io azzardo un: ”Ma se fosse un virus? No, virus, stai scherzando. Come quale? Ma qualcuno in questa macchina mi sta ascoltando? Io scendo è…. ve lo dico, me la faccio a piedi la sopraelevata, perché la verità è che non sto per niente bene, allora cosa esco a fare il sabato sera? Una che sta male, sta a casa e si cura. Questa è la maledetta colite nervosa, mi attanaglia. Tutta colpa del negozio, degli sconti, dei turisti, del sole, del caldo, dell’aria condizionata del treno. Voi lo sapete come funzionano i negozi d’abbigliamento? Io e Giorgia ci guardiamo spaventate. Prima si sconta tutto, che tanto arriva la roba nuova, poi, quando è troppo tardi, ci si rende conto, coi saldi, di aver fatto zero guadagno. Si diventa fulminati. Ma mai come i riccastri del levante, però…l’altro giorno ho visto un vaso, bello per carità, bianco con dei disegnini tipo acquarelli. Che Giorgia, anzi, se riesci me lo fai uguale: io lo compro neutro e tu lo pitturi un po’, è ? Giorgia annuisce. Ecco, quel vaso varrebbe 1.500 euro secondo gli snob levantini, ma come si fa? Vi rendete conto? Ma te lo spendi meglio un patrimonio simile… magari in scarpe, che ne so.

Giunte al locale, si prende un panino e si mette in mezzo alla porta dell’osteria. Forse perché ha caldo, forse perché ha freddo. Non so. La Chic sovrasta completamente quella cornice che sparisce dietro alla personalità, al colore degli occhi, alla presenza scenica. Tutti i maschi che passano di lì, durante quel lasso di tempo, entrano. Attirati come api dai fiori. Potrebbe essere una strategia anti crisi per la vita notturna genovese. Somiglia così tanto a Carrie di Sex in the City, penso. Eppure è mora e abbronzata. Spesso capita di sembrare un’attrice dai colori opposti. Una cosa strana, ma succede. Anche una mia allieva, mora con gli occhi scuri: tale e quale a Scarlett Johansson.

Finito il panino della Chic, per me la serata è terminata, anche se sono fuori da un’ora ed un’ora lontana da casa. Il meglio l’ho già visto. Me ne vado in bus, tanto è sabato sera e c’è la luna piena.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento